The view from Zacheta

The view from Zacheta
Włodzimierz Pawlak - Poles form the national flag

lunedì 10 novembre 2008

The open letter and its enemies: etimology of a blog.

This letter was written on 6 October 2005. It is about the city of Vancouver, but in a way also about Amsterdam. In one word it is about Vansterdam.


Ebbene si

dopo essermi riproposto per trenta giorni di scrivere ai miei cari, avrete capito invano, al trentunesimo mi sono deciso e l’ho fatto.

Colgo l’occasione datami dai cari di Modena per fare sapere a un po’ di gente come vanno le cose qui a Vancouver, città che (con un po’ di arroganza) nel suo sito si autodefinisce la più bella del Nord America… il fatto è che lo è davvero.


Cominciamo dalle cose più importanti allora come ho avuto modo di dire un paio di volte ad un paio di persone nell’anno passato si trova in Canada per la precisione dalla parte del pacifico non lontano dal confine con gli stati uniti dell’america. Insomma le città più vicine sono americane piuttosto che canadesi e per la verità Vancouver deve molto a Seattle, una sorta di punto di riferimento, la seconda casa dei pearl jam è qui, il cross over va ancora di moda e sembra che la gente per spostarsi preferisca lo skate alla bici.


È anche vero però che essendo sull’oceano la Cina e/o il Giappone sono particolarmente vicini (sempre mezza giornata di aereo) se poi ci metti di mezzo il più grande porto dell’america dell’ovest e lo spirito liberale del posto capisci perché ci siano più giapponesi[1] che canadesi a popolare questa città. Ma non sono quel tipo di orientale che ci potremmo immaginare dai vari film di Hollywood, qua sono dappertutto e occupano anche posizioni molto importanti. Parlano un inglese perfetto anche perché probabilmente son qui da una generazione o anche più… insomma sono musigialli occidentalizzati anzi a ripensarci bene il muso giallo non ce l’hanno proprio...


Come sapranno bene i cari della Siberia, sono partito da Londra il 23 Agosto (alle sei) e sono atterrato il 23 Agosto (sempre circa alle sei, ma dopo nove ore di viaggio). Ho passato i primi dieci giorni in ostello nel centro, che qui si chiama downtown e in quel periodo, quando ancora ero giovane e ignorante, potrete immaginare come è andata. Scoprire nuove cose, conoscere nuove persone, toccare realtà diverse, parlare un’altra lingua, ripartire (quasi) da zero in tutto, una gran fatica, ma un’esperienza eccezionale, che lascia il segno ogni volta che ci si passa. Per non farla troppo lunga, l’ostello dove ho alloggiato era uno di quelli da backpackers o a la IH. Il terzo giorno è capitato in camera da me uno di Londra che aveva ben pensato di farsi il giro del Canada e così da New York era finalmente arrivato dall’altra parte… in bicicletta. Poi è arrivata un’altra inglese che avrà avuto la nostra età sembrava e insegnava tedesco alle superiori a Southempton. Dopo due anni si era un po’ scocciata e stizzita ha preso e se ne è andata dall’altra parte del mondo, per la precisione in nuova zelanda, a fare la barista per 7 mesi e per altri sette mesi ha viaggiato a tappe attraversando il continente africano e poi quello americano fino ad arrivare a Vancouver. La cosa di cui va più orgogliosa sono i timbri nel passaporto.


E così per una settimana ho girato per downtown con questi due inglesi, provando quasi tutte le cucine del mondo (qui con cinque euro mangi qualsiasi cosa… quasi), visitando quel che c’era da vedere, girando alla ricerca di posti da tenersi in mente, e annuendo con un sorriso a dir poco esagerato quando in realtà non avevo la più pallida idea di che cosa stessero dicendo quei due madrelingua. Da ricordare una sessione di film di giovani registi Cechi vista assieme al “Pacific Cinemathequè” in particolare “Looners” di David Ondricek (se riuscite guardatelo ne vale proprio la pena) che parla un po’ della nostra generazione ma in un modo che ti fa veramente ridere e disperare, uno raro caso di ironia riuscita.


Ma torniamo a Vancouver, the city of glass come la definisce Matt Douglas[2] per via dei grattacieli di vetro stile manhattan che dominano sulla città da downtown, Vong Khong come la definiscono alcune guide, ma soprattutto Vansterdam come sia io che il New York Times preferiamo definirla.


Sarà anche perché sono io, ma ho trovato le affinità tra le due città impressionanti. Prima fra tutte il multiculturalismo (solo che qui al posto dei mediorientali ci sono gli orientali); fonti attendibili dicono che la marijuana migliore di tutto il nord america la trovi qui; la prostituzione non è che sia legalizzata ma nella via più centrale e turistica della città puoi passare dal gelataio al peep show al calzolaio all’ustecchio in vetrina nel giro di un isolato; tutti bevono birra; gli odori per le strade sono simili; anche qui il formaggio locale è una pregiata fontina che ricorda la ben più famosa e illustre “regina di tutte le fontine” come usava chiamarla il caro Alex Graudenzi: il Gouda olandese; il grado di civiltà delle persone è sempre impressionante forse qui ancora di più perché in più sono tutti esageratamente gentili e anche simpatici cosa che proprio non si può dire dei mezzi germanici olandesi; non ci sono i canali ma c’è l’oceano che penetra in più punti nella città formando suggestive insenature; anche qui c’è un parco gigante nel bel mezzo della città (ma questo ormai credo sia vero per tutte le grandi città tranne quelle italiane).


Il primo settembre mi sono spostato dall’ostello al campus e ormai vivo qui da un mese. Quando sono arrivato era tutto talmente nuovo che in realtà stanno ancora finendo di costruire. L'Universita' e' situata forse nel luogo piu' bello della citta', di fatto e' un penisola che da' sull'oceano e le montagne in lontananza le fanno da sfondo abbracciandola. La mia casa è a duecento metri dall’oceano, dalla spiaggia che tutti conoscono con il nome di Wreck Beach: la più grande spiaggia di nudisti del Canada Occidentale. Vi giuro che non sto scherzando. C’è una spiaggia di nudisti nel campus e questa spiaggia è dietro casa mia, per arrivarci bisogna attraversare il pacific spirit park che di fatto è una discesona (salitona al ritorno ahimè) in mezzo ad una foresta di alberi secolari.

Nel campus c’è praticamente tutto, ci sono corsi di tutto (rafting, climbing, kayaking, tutte le arti orientali) e fin qui ci sta, e poi ci sono queste Society come le chiamano qui per qualsiasi cazzata non so c’è la society della cultura italiana nel mondo (per curiosità ho guardato il programma e sembra che l’evento clue dell’anno sia una pizzata di tutti i membri del club Da Jhonni’s pizza) o la society del biliardino o del cricket.


Ad un’ora da qui poi ci sono le montagne di Whistler che tutti dicono siano le migliori del Canada, anzi del mondo. Adesso sulle più belle del mondo avrei qualcosa da ridire, ma proprio male non devono essere visto che ospiteranno le olimpiadi invernali nel 2010.


Nell’appartamento ci stiamo in quattro: due canadesi (mitici) e un’iraniano (non c’è mai, l’ho visto in tutto un paio di volte, mi ha chiesto di insegnargli un po’ d’Italiano così per socializzare, io l’ho fatto ma non ho avuto il coraggio di chiedergli di insegnarmi un po’ d’iraniano. A parte tutto sembra Ok). Praticamente dove sto è un crogiuolo di studenti graduate che vive in condominio. Cosa sono i graduate? Eh e qui veniamo all’unica nota dolente di questa Vancouver. Essere un graduate vuol dire che hai finito l’università (che qui è di 4 o 5 anni e si chiamano undergraduate) e vai avanti a fare o il master o il Ph.D. che è tipo il dottorato da noi. Essere un graduate vuol dire che quando ti offrono un lavoro parti da uno stipendio di $50000 (qui in Canada). Ma soprattutto essere un graduate vuol dire che ti fanno studiare giorno e notte. Poi nel master in economia in particolare c’è veramente gente che viene da tutto il mondo e vi assicuro che se dalla Cina o dall’India riesci ad arrivare qui a Vancouver vuol dire che ne hai un bel po’… mi consola il fatto che anche questa gente fa fatica. Dopo un mese di lezioni vedi proprio le facce delle persone che sono cambiate. I primissimi giorni (quasi) tutti splendidi e sorridenti, ora non proprio… Cmq ho trovato anche qui dei ragazzi veramente in gamba con cui abbiamo messo su un gruppo di studio che assieme ai miei (mitici) coinquilini e affetti vari dal vecchio continente danno una bella mano a saltarci fuori. Se non altro, se proprio dovesse andare male ho già pensato ad un piano B che mi piace quasi di più del piano A: mollo tutto e vado a lavorare in un coffee shop ad Amsterdam… tanto le chiavi di casa ce l’ho ancora, tiè!


Per il momento credo sia tutto, vi faccio i complimenti se siete arrivati a leggere fin qui e chiedo ancora una volta umilmente perdono per non essermi fatto vivo per tutto questo tempo.


fatemi sapere tutte le novità, lo sapete quanto fa piacere ricevere le e-mail da casa quando si è lontani.


...



[1]Rettifica: si tratta per lo più cittadini di Hong Kong, emigrati prima che da protettorato Britannico diventasse parte del territorio Cinese (1997).

[2] Rettifica: Douglas Coupland, famoso scrittore nato a Vancouver, autore – tra gli altri romanzi – di “Generazione X”. Un po’ l’Enrico Brizzi del Nord America.


giovedì 6 novembre 2008

Goodbye NEOCONs!

Big thanks to Michael Sandel for writing this and to Thomas L. Friedman for reporting it in the New York Times - by far the greatest newspaper of all times... God Bless America!

“Taking office at a time of crisis doesn’t guarantee greatness, but it can be an occasion for it,” argued the Harvard University political philosopher Michael Sandel. “That was certainly the case with Lincoln, F.D.R. and Truman.” Part of F.D.R.’s greatness, though, “was that he gradually wove a new governing political philosophy — the New Deal — out of the rubble and political disarray of the economic depression he inherited.” Obama will need to do the same, but these things take time.

“F.D.R. did not run on the New Deal in 1932,” said Sandel. “He ran on balancing the budget. Like Obama, he did not take office with a clearly articulated governing philosophy. He arrived with a confident, activist spirit and experimented. Not until 1936 did we have a presidential campaign about the New Deal. What Obama’s equivalent will be, even he doesn’t know. It will emerge as he grapples with the economy, energy and America’s role in the world. These challenges are so great that he will only succeed if he is able to articulate a new politics of the common good”.

“… In this election, the American public rejected these narrow notions of the common good. Most people now accept that unfettered markets don’t serve the public good. Markets generate abundance, but they can also breed excessive insecurity and risk. Even before the financial meltdown, we’ve seen a massive shift of risk from corporations to the individual. Obama will have to reinvent government as an instrument of the common good — to regulate markets, to protect citizens against the risks of unemployment and ill health, to invest in energy independence.”

You can read the full NYT article by Thomas L. Friedman here.

lunedì 3 novembre 2008

The Cult of Death in Poland and Other Funny Tales!

The first of November – All Saints day – is National Holyday in Poland. Tradition wants that if you are Pole you go to the cemetery. And this is what a bunch of non-polish Warsaw-based expats also did, including my colleague Aart Jan (Netherlands), Tom (Norway) Pekka (Finland), Lena (Germany) and I. We went to Powązki – commonly considered as the nicest Christian cemetery in town. Powązki is never-ending and so much better than the cemetery you could expect from a big Capital. All graves are on the ground and pretty old. They are all different and the people for the occasion leave dozens of candles in sign of respect or just because everyone does so. I even left one in one of the very few graves that didn’t have any. Families go to the cemetery, young and old couples do so, grandparents go to the cemetery, singles do so. The cemetery attracts much more people than any other place in the country on such day. I’ve heard that some 80% of Poles go visit their dears on this day. This would mean about 30 millions of people flooding on cemeteries in just one day. All shops are rigorously closed. And the general mood is incredibly relaxed to be in such an environment.

In the late afternoon - at the sunset - the atmosphere reaches its scenic peak and you can walk through these crowded lanes of graves, guided by thousands of candles and think about everything (but really everything) on earth but death.

lunedì 27 ottobre 2008

God is dead, Marx is dead, Friedman is dead... and I am not feeling too well, myself.

The last week my genius friend Bing - post-graduate student in Physics in the U.S. - who is knowledgeable about everything on earth (and out), was kind enough to agree on the old post on the Chicagoans Waterloo. It then started a short messages exchange that I am assembling here. It will be nice to read it in two years or twenty years and see how much we were wrong or right to be as concerned and hopeful for a change as we are now.

B: totally agree with your opinion!! maybe you've also seen this:

http://www.pbs.org/moyers/journal/10102008/watch.html

George Soros was Karl Popper's student at one point, perhaps that explains why he recognizes fundamentalisms / unquestioned ideologies with dubious assumptions when he sees one.. whether it's communist or liberal.. unlike most economists / speculators.. i've always thought that unfettered free market economics with the assumptions of society progressing due to rational actions done by self-interested individuals (plus the "trickle down" philosophy) and an infinitely elastic market don't seem quite correct.. but unlike in physics, there's only one experimental lab for economics, and we have to pay the price if the assumptions turn out to be wrong.. i guess Soros has a much better way of articulating this situation, that's why i'm going to buy his book!!

W: Hey Bing, thanks a lot for the link!I actually haven't seen it yet,which is kind of a shame I can say now...indeed,what he says is just a consequence of your neat (and amazingly synthesized) point on the misleading foundation of neoclassical economic theory - brought to his recent splendour by the fundamentalist Chicagoans - with the political support over the past decades of neo-conservative republicans and some lobbies. The firsts truly believed (or at least I like to think so) in markets left alone and the trickle-down economics, while the seconds were just doing their job, promoting their own interests at the political level. Soros' principal-agent dilemma argument at the end of the video is perhaps the strongest one... with devastating political implications. I really think he's right when he says that a new era is starting... How to say that... God is dead, Marx is dead, Friedman is dead... and I am not feeling too well, myself.

B:Maybe God is not yet dead.. time and again he's bounced back from near fatality.. and maybe now he's laughing at us and the crass bankers...
but yeah i can't help being shocked at how many billions of dollars governments can instantly pour into the Iraqi war (then) and collapsing banks (now), while the MORE pressing issues of humanity - global poverty and lack of access to basic healthcare and illiteracy - which could be comfortably dealt with by the same amounts of money are conveniently neglected.. even claiming they are too expensive to undertake, or "not in the national interest".
And financial engineering.. can everything always be solved by modelling phenomena? when the same modelling process makes significant assumptions on which variables can be ignored and what can't be.. it's WEIRD how in the very earliest books on economics people like Alfred Marshall had put humanitarian concerns first.. but economics books nowadays resemble mathematical tracts. maybe i'm wrong.


W:
I couldn't agree with you more, on every single point! Including the God's laugh...

Then Bing wrote a weighty poetry which I am not attaching now as I'd have to ask him first. However, it's good to remind how Bing and I met each other. We've only seen one night, at St.Gery in Brussels - perhaps during the pub crawl that the author of this blog organized with the rest of the Strangelovers Laison Committee for the new batch of EC trainees. He had come to Brussels to meet a friend he had studied with in Cambridge - physicist as well - who had just started the stage at the Commission. We quickly got into this conversation on how alienating it is the North American way of doing post-graduate studies, and from there we got on pretty quickly on everything, including all difficult things except our favourite Trappist beer. And it is always a great event when you meet such a person.

domenica 19 ottobre 2008

Warszawa's Island

The Free Form Festival in Warsaw is probably the best atmosphere ever seen in a music festival by the author of this blog. Bands playing and afterwards joining the crowd. An amazing crowd. No judgements. Extraordinary venue (Fabryka Trzcyni - a dismissed brown sugar factory in the outskirts of Praga - the popular and used-to-be-poorest-now-getting-arty district of Warsaw). Excellent choice of bands (considered the small budget), timing of their exhibitions and mix of sounds. Plus, I have been to a few concerts in Warsaw now and have to say that the public in this city is the warmest. And the bands also feel it and play more confidently. Like the Swedish ensamble Koops - after an hesitant start - did yesterday; turning Warsaw into a fantastic Koop's Island.

mercoledì 15 ottobre 2008

The Chicagoans Waterloo

I have always been a great estimator of Paul Krugman, this year Nobel Prize in Economics. My thesis started with a quotation of him and I liked the way he wrote, his style, quite unconventional to be an economist, although probably not in absolute terms, as my Canadian room mate Nathan - a sharp policy grad student highly trusted by the author of this blog when it comes to Anglo-Saxon culture - used to complain about his inability to write articles in a decent english...

However, for how much Krugman has criticized the Bush administration since he joined as op-ed the New York Times, I can't forget how much he was radical about the goodness of free trade and globalization when he was an academic, how he regarded it as always good for everyone no matter how, who and when you open to it. Something that could only be true if you see the world under the fundamentalist eyes of the Chicago School of Economics. Those eyes that do not have a clue about what is going on now with the financial crisis and worst of all do not have a clue about how to react. Exactly as the market orthodox elite stood silent and still after the crisis of the 1929.

As at that time it was an Englishman - John Maynard Keynes - who advised the then President of the United States Franklin Delano Roosevelt on how to get out of the mess, this time it was the British prime minister - Gordon Brown - who had the promptness to react firmly and rapidly to the crisis by showing so far the only possible - we can't know if it is the right one yet - emergency exit to the crisis. As the brand-new Nobel Laureate in economics neatly explains here. Probably, the editorial that eventually brought him to an early Nobel Memorial Prize in Economic Sciences.

Hopefully, a first of a long list to "unconventional" economists after a couple of decades of Chicago triumph.

Diego Rivera - Affresco Murario - Detroit Industry, Parete Sud 1932-33.

In Detroit’s Institute of fine arts there is a remarkable room whose walls are painted with four stunning murals by Diego Rivera. The Rivera murals, completed in 1933, show in considerable detail the operations of Ford’s River Rouge industrial complex – a giant facility that combined at a single site blast furnaces, rolling mills, engine casting, body stamping, and assembly of complete automobiles. … Although Rivera’s murals were intended as a celebration of the power of modern industry (and also, to his patron’s dismay, a condemnation of its brutality), they now have a decidedly archaic feel. Part of that sense of old-fashioned industry comes from the very degree of integration that seemed so impressive at the time. What are all those desperate operations doing in the same facilitiy? Why are they not being done at specialized places scattered around the globe?”
Paul Krugman, “Growing World Trade: Causes and Consequences”, 1995

mercoledì 8 ottobre 2008

Fellow citizen Zygmunt Bauman writes for "La Repubblica" on the philosophical roots of the current financial crisis (only Italian Language)

"... L'odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori. Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell'uomo: uscirne non è mai stato così difficile. ...".

Zygmunt Bauman on
La Repubblica (08/10/2008)
You can read the full article here (Italian Language).

domenica 5 ottobre 2008

Walt Disney and the Subprimes

Last friday, Seb - my officemate at CASE - passed me on a link to the slides below. I am passing on as well. This cartoon on the origin of the financial crisis explains all that economists and business journalists have systematically failed to explain. Plus... these figures bring a great deal of support to a recent thought of mine: the next time I'll have to open a bank account I'd rather ask Walt Disney than a credit rating agency.

giovedì 2 ottobre 2008

The IHT writes on the Stage at the European Commission... probably the best stage of the world

Hettie Judah writes about the stagiaires on the International Herald Tribune - the European long-arm of the New YorkTimes.

26-09-2008 - BRUSSELS - On bright evenings in the Belgian capital, the flagstone pavements of Place du Luxembourg are obscured by the kitten heels and polished Oxfords of handsome young people drinking beer.


There's a particular buzz here, present nowhere else in the city; a kind of tribal gathering for dynamic twentysomething Europeans who argue, drink and flirt with an ambitious intensity.


These people are the stagiaires, or participants in a European Union internship program that places 600 graduates in EU governing institutions for five months twice a year.


As a stagiaire, you see Europe as a lifestyle model. You know it's not all about directives and committee meetings but about people having fun together. It's a nice view to remember from time to time when you think it's all just work."

The stage, like travel, can also be broadening. Koch-Mehrin, who during her traineeship met an Irishman who became her husband, credits the experience for giving her a more international perspective.


"As a stagiaire you are curious and try to meet as many different people as possible," she said. "That openness carries on if you come back and continue to work here.


"The stagiaire system started in 1960 with three trainees, but the selection process, rules and payment schedules were not completely formalized until 2005. There are 6,000 to 7,000 applicants for every five-month session, and 90 percent of applicants come from member states of the European Union. ...


You can read the full article here and - if you really want to flirt - you can also apply here.

martedì 30 settembre 2008

Good Bye Andersa!

Time to move out 3/3

Starring: Miss Polski 2006 (just the sister of flatmate Pan Piotrek), Pan Piotrek and I.

After Chmielna with its unbeatable skyline, after the Fankytrros' Zabki-commune which is just too deep to be described, it is now the turn of Andersa. The flat where Miss Poland 2006 spent two nights and the author of this blog was in the other room. And he didn't realize. For the records and to avoid any kind of future hold against - apparently her boyfriend was also there.

Next station and last stop: Imielin. At mARTa's flat.

Somehow sad won't move out every second week anymore. Again, a former stagiaires at the European Commission is saving my ass. May I repeat that once again: God Bless Europe!

giovedì 25 settembre 2008

Zachęta Narodowa Galeria Sztuki: a first time.

Talkin' about 1968, today I finally went to Zachęta, the National gallery of modern art. I have been there a couple of times before but just in the basement, the headquarter of a seriously cool bar of which I can't remember the name.

Zacheta is hosting a temporary exhibition on 1968. Not much on Poland, though. Which kind of disappointed me, as this was somehting I'd really like to see trasposed in art. Being afraid that I won't ever be able to feel it otherwise.

There was this room dedicated to the so called "sex revolution", somehow a bit too strong with the explicit broadcasting of videos that did not seem to offer a deeper level of reading other than the easy sexy-unconventional hit. Or perhaps I just missed it, distracted by all this nudity. Or may be it is just a natural reaction of the local artists to that backword catholic conservatorism that here in Poland seems to be reviving. Something like the Colbert, Family-and-Religion-though of Mr. Tremonti - Italy's treasurer and Mr. Bossi - Italy's leader of the North League, a party representing the interests of some Northern Italians.

However, on a different section of the gallery was also shown a retrospective of Włodzimierz Pawlak. "Painter, performer, poet, art theoretician – he had until now never had either a comprehensive solo exhibition or an exhaustive publication about his work. The Zachęta show is the first retrospective presentation of the artist’s oeuvre, covering the years 1984–2008.
The structure of the exhibition, which presents the paintings in a chronological sequence, has been dictated chiefly by the need to present the main threads and themes of Pawlak’s practice. The first section are works from the Gruppa period (1982–1989), usually referring to contemporary events, politics, or history, as well as works of existential and autobiographical themes. The second section are the Journals and white paintings (1989–2004), a colour the artist believes to be formally and symbolically supreme. Shown here are also the Painted-over Paintings, the artist’s earlier works which he painted white in the early 1990s, thus returning to the issue, tackled in his graduation project and present in his practice since then, of ‘creation-destruction’. The third section features paintings devoted to the analysis of theoretical painting problems, the patrons of which are Kazimir Malevich and Władysław Strzemiński (from 1988), with series such as The History of Colour, Notes on Art, The Logical Space of the Picture. Shown in this section are also Pawlak’s sculptures-objects, built with everyday items, found objects, and painting utensils. In a way, these sculptures are appendixes to the paintings, their three-dimensional, spatial equivalents".

I wanted to post some pictures of his work but there is really not much on the internet, except the new solid cover of this blog.

lunedì 22 settembre 2008

Libertè Egalitè Compètition

Questo pezzo è stato scritto di ritorno a Vancouver nel Maggio 2006, dopo otto mesi in Canada e tre settimane in Europa. La versione originale la potete trovare su Gheminga. Mi sembrava giusto ripubblicarlo prima che il quarantennale del '68 finisse, così come la crisi di cui sotto. Un ricordo particolare non può non andare a Violina che nonostante le condizioni pietose in cui versavo dopo due semestri di graduate studies (chi ha studiato seriamente in Nord America sa) mi ha accompagnato in giro per Parigi per due settimane come se niente fosse e mi è sempre stata accanto, facendomi scoprire - come al solito - tutta la bellezza che solitamente mi sfugge.

Sarà stato il ritorno in Europa dove tutto è così vecchio e pesante. Sarà che dopo aver visto (gl)i Champes Elysèe con tutte quelle bandiere francesi tra alberi e negozi e la libreria della Sorbona murata e in ricostruzione e le facce della gente per strada, di quelli che hanno detto no alla costituzione europea, ma anche degli unici coetanei che riescono ancora a scendere in strada e protestare per qualcosa (e vincere)... Sarà che dove sono stati detenuti il re Luigi di turno e, poco dopo, Robespierre, prima di essere giustiziati, ci ho visto una mostra fotografica sulla Senna. Sarà che è un po’ che ho questo pensiero per la testa e mi chiedo: ma perché non sono nato negli anni ’50? C’era Elvis, che sarei stato troppo piccolo per apprezzare, ma c’era. E poi sarei cresciuto al tempo in cui lo showbiz, al limite, erano Beatles e Rolling Stones, con John Lennon che convive con Yoko Ono e scrive Imagine, con il periodo d’oro del rock‘n’roll. Magari sarei anche riuscito a vedere i Pink Floyd quando il genio, prima di impazzire e scomparire, era ancora tra loro sul palco. Avrei capito cosa vuol dire la parola punk e Jim Morrison non sarebbe stato un sosia di Val Kilmer. Avrei potuto passare giornate nei parchi con persone convinte che pace e amore siano due cose importanti, magari fumando un po’ di ganja o mangiando funghetti (senza eskimo per rispetto del profeta degli appennini). Gridare spensierato a vent’anni che le vie da percorrere per un mondo migliore passavano per forza attraverso la giustizia sociale (e cioè che anche l’operaio vuole il figlio dottore), che voglio tutto e subito. E la cosa bella è che ci avrei creduto. Avrei creduto in tutto questo. Sarei vissuto nell’epoca in cui l’immaginario collettivo del migliore dei mondi possibili non era di molto lontano da quello dei cartoni animati, dove con idee semplici si rispondeva a problemi complessi. Con buona pace del materialismo storico e della critica marxista (interessante contraltare di tutta questa leggerezza, peccato che si sarebbe rivelata totalmente sbagliata come la storia meglio di chiunque altro ha inesorabilmente dimostrato). Ed invece sono nato negli anni ’80, con trenta anni di ritardo su quel mondo in cui, nonostante tutto, mi avevano preparato a vivere. Libertè, Egalitè, Compètition. Uno slogan postmoderno, non poteva essere altrimenti. Suona piuttosto bene, ma è difficile da gridare. In tre parole quel tanto famigerato e frainteso ideale che è anche l’unica vera novità concettuale della mia generazione: il mercato. Chi mi sa spiegare perché mi han regalato tre volte "Never Mind" e mai "The dark side of the moon"?

martedì 16 settembre 2008

Financial Weapons of Mass Destruction...

... posing a "mega-catastrophic risk". This is not Hugo Chavez latest tall story, it's how Warren Buffet - the richest person on earth in 2008 according to Forbes magazine - defined the derivatives (complex financial instruments) at the microphones of BBC. Yes the same Media Company of Ed O'Brian of Radiohead from the post of yesterday... however this is not the point now that a financial crisis comparable only to that of 1929 is ongoing. Mr. Buffet - a very famous insider, perhaps "the insider" - used this expression not today or yesterday, after the notice of the failure for bankruptcy of Lheman brothers, America’s fourth-largest investment bank.

Mr. Buffet just said that five years ago. Yes five. That's probably why he came up with such a brilliant expression. Financial weapons of mass destruction. It was the time of the media preparation for the U.S. troops invasion of Iraq. In those days I remember I took part in Amsterdam - where I was doing the Erasmus - to a world-wide demonstration for peace (nothing spectacular though). Perhaps people had something else to be concerned with and didn't really take the words of the guru of finance seriously. But what about the people in the finance sector?? Sometimes I just have the feeling that many people know and knew everything - it can't be otherwise - but they were just sure that in any case they would have not paid directly in case of a crisis cause they had better information than others and would have made it on time to hand the hot potato off on someone else belonging to that rest of humanity who didn't share the same access to information.

For that matters, you can still read the BBC full article here or watch the Faithless video below. Mr. Burret and Maxi Jazz. Apparently different. They said one thing. Five years ago. Not yesterday.

lunedì 15 settembre 2008

Radiohead intend to return to the studio "in the near future" according to BBC interviewing Ed O'Brian

Arena Civica - Milano - 18 June 2008
Reckoner 15 Step The National Anthem All I Need Nude Airbag The Gloaming Dollars And Cents Arpeggi Faust Arp How To Disappear Completely Jigsaw Falling Into Place A Wolf At The Door Videotape Everything In Its Right Place Idioteque Bodysnatchers House Of Cards There There Bangers And Mash Just The Tourist Go Slowly 2+2=5 Paranoid Android

The concert of the year before I went to that of Sigur Ròs at the Amfiteatr w Parku Sowińskiego here in Warsaw. However, they still own - and firmly - the first place in the category "the best concert of all times": Arena di Verona - 30 May 2001. And with that there's not much to compete.

domenica 14 settembre 2008

Team Cafè Mesita!

Saturday it was a cold day in Warsaw. Some 13/15 Celsius degrees. Like today. I had just moved out from Zabki to Ul. Andersa and the coffee machine was still in my first flat at Chmielna. It was with even greater pleasure so that I attended the opening of "La Mesita" in Ul. Sienna 93- the book-cafè of Magda, Sebastien - my colleague at CASE - and their beautiful son Ernest who turned to the age of one just today. It was an amazing relaxing afternoon and, since the very first moment I stepped in, this place felt just so familiar! ! On the way back I also managed to drop by my previous flat in Chmielna to pick up the coffee machine that I used this morning to prepare my first "Andersian coffee". And I have to say that after the one at La Mesita mine was at best just drinkable. Congrats to Team Mesita and best of luck for the times to come!

giovedì 11 settembre 2008

Funkitarro's Legacy

Everything I would have expected from Warsaw but to find a supposedly Czech former stagiaire at the European Commission... who turned out to be instead from Warsaw, who came to this amazing bike trip to Terespol at the border with Belarus, who's been hosting me for the last week in a flat iniside a psychiatric hospital in the very outskirt of Warsaw... but I would have never imagined he would have also turned out to be a funkitarro head as the author of this blog is. These days the hit has been playing loud at least ten times a day down in the funky-commune Ząbki. Some things are just written before history even started. Someone calls it DNA. Others chance. Or this is just another of the many proofs of the existence of god (mp3 shuffle being the next closest one).

martedì 9 settembre 2008

Facebook Group for Alumni of the Liceo Scientifico Wiligelmo (only Italian)

Visto che nonostante la Holy Water di Grabarka il temerario virus Varsavese che ormai da settimane imperversa al CASE ha colpito anche l'autore di questo novello blog e visto che ultimamente Facebook e' diventato popolare in quel di Modena, ho pensato bene di anticipare la bolla speculativa e creare il primo gruppo della storia di Facebook per gli ex-studenti del Wiligelmo.
Per cercare di fare una cosa che avesse un senso ho cercato di limitarlo solo agli "alumni" della fine degli anni '90. Vedremo come andra' a finire. Non ho molti contatti modenesi su facebook. Ma sono ottimista per due semplici ragioni: il passaparola a Modena funziona e i Modenesi del Wiligelmo formano una vera e propria comunita' - se non altro di intenti - a Modena e non solo. Per chi e' iscritto a Facebook e volesse unirsi al gruppo puo' cliccare qui. czescz!

lunedì 8 settembre 2008

Honest review of the latest Sigur Rós release by Mark Pytlik from the well-respected independent US based (and biased) Pitchfork Media.



Sigur Rós
Með suð í eyrum við spilum endalaust
[XL/EMI; 2008]
Rating: 7.5

In the near-decade since their 1999 breakthrough Ágætis Byrjun, Iceland's Sigur Rós have made pathos their playground. For them, "little" is scarcely an option: Instead, they've built a career out of conjuring God-sized renderings of sorrow, fragility, and teary joy, rarely on a scale anything less than epic. They've done this instinctively and automatically, sometimes to the detriment of their compositions, leaving the impression that the songs are secondary vessels for spectacle. In the sense that they're less concerned with intellectual honesty than they are with the overall visceral impact of the thing they're creating, Sigur Rós are the Michael Bays of melodrama.

That, of course, is no bad thing-- especially not for a band that does spectacle so well-- but it does invite a problematic dynamic when it comes to the long haul, one wherein they run the very real risk of piling on ever-more ludicrously for the sake of justifying their existence. That's why, after four full-lengths and a string of EPs that saw them bloat their sensory cavalcade of strings, horns, cavernously reverberated guitars, and sweetly vocals to heaven-scraping levels of pomp, last month's single "Gobbledigook" came as a refreshing and shockingly grounded new direction. Gone were the celestial delays and cloud-parting refrains; in their place, a tangle of acoustic guitars, thumping percussion, and rabid vocals. Not only did it sound like Sigur Rós doing Animal Collective (!), it sounded like a way out.

And certainly, about half of Með suð í eyrum við spilum endalaust (translation: "With a buzz in our ears we play endlessly") constitutes a much-needed change of direction for Sigur Rós. Building on the gains made from 2005's transitional Takk, they deliver plenty of moments where they sound more spirited, looser, almost playful. The unifying element in these instances is brevity; from the tumbling, modest solo acoustic ballad "Illgresi" to the celebratory "Við spilum endalaust", some of the band's best songs come when they consciously confine themselves to the pop format. You get the feeling that, on a past album, they might have let "Góðan daginn"'s acoustic guitar arpeggios and chiming bell tones waft around interminably. Similarly, one of the album's highlights is a major key summer song called "Inní mér syngur vitleysingur" which manages to squeeze some of the band's hallmarks (parading horns, glockenspiels, and a stunning teardown and subsequent buildup) into a positively economical four minutes. The compression generally serves them well, forcing them to make choices they might not otherwise confront when there's 10 minutes of real estate to occupy.

Með suð was produced by Flood (U2, PJ Harvey, Nine Inch Nails) and recorded, variously, in New York, London, Reykjavik, and Havana, a sure sign of a conscious attempt to shake up their methodology. If there's anything disappointing, it's that Sigur Rós weren't more militant about affecting that change. While the album's greatest triumph is its relative leanness, two songs still threaten the nine-minute mark. The first is the conflicting "Festival", which features singer Jonsi Birgisson doing his quavering choirboy routine over a churchly organ for an interminable four and a half minutes before swelling into an instrumental eruption on par with Sigur Rós' finest ever. It's so arresting and muscular on its own that it hardly needs the first bit to introduce it; that the band chose needlessly to build it into a beast feels a bit like old habits dying hard. Far more unforgivable is the comically overstuffed "Ára bátur", which is a bet-hedging and nerveless exercise that bridges another aimless solo piano movement with a culminating swell so over-the-top that Andrew Lloyd Webber himself would have deemed it a little much. That the album's official bio proudly touts the 90-strong recording (which boasts both the London Sinfonietta and the London Oratory Boys' Choir) as "the largest musical undertaking of the band's career"-- and that it's easily the worst thing on here-- speaks volumes of a different kind.

These safe, pandering choices otherwise mar what could have been a game-changing evolution. Instead, Með suð promisingly announces itself as a sunny, happy, easily digestible record before relapsing into old school, heavy-bloat, high-calorie Sigur Rós. Ultimately, there are too many wonderful moments here to deem it anything less than a beautiful record, but armchair producers might find themselves similarly wishing for less fat. How do you say "less is more" in Hopelandic? I worry we'll never know.

- Mark Pytlik, June 24, 2008 Copyright: Pitchfork Media

domenica 7 settembre 2008

Good Bye Chmielna!

Time to move out 1/3.


Starring: Great-flatmate Bartek & I.

Special thanks to the Palace of Science and Culture " (a.k.a. "the gift of the Russian people to the Polish people" - Józef Stalin) for its friendly participation.

venerdì 5 settembre 2008

BRAIN-CORN.The good news that made my day.

No more blazer needed for outdoor adventurous holydays!

giovedì 4 settembre 2008

All my friends' addiction


Today, right after work, on my way to visit an unvisitable room in Praga (Warsaw), I happened to get "All my Friends" by LCD Soundsystem shuffled on my mp3 player. And I couldn't listen to anything elase. I just had to play it over and over again. I visited the unvisitable. And then I started again. Over and over again. And I can't get sick of it. Even if I try. James Murphy: big thanks (although you stole my profile picture).

mercoledì 3 settembre 2008

Wansterdam discontents the IMF

Today the NGO I work for - CASE, Centre for Social and Economic Research - hosted a seminar by Christoph B. Rosenberg, head of the International Monetary Fund’s (IMF) regional office for Central Europe and the Baltics on the "Macroeconomic adjustment in Baltic countries: hard or soft landing?". It was a very good talk, clear, informative and much less theoretical than what I was used to attend at UBC, without loosing much rigour for such a reason. The bottom line was that after a decade of extraordinary growth of foreign banks financial lending in Esthonia, Latvia and Lithuania the current credit crunch - toghether with other con-causes - has provoked an outstanding fall of the international financial flow towards those countries (i.e. money saved in other countries and invested in the Baltic countries by foreign banks) which in turn is creating recession and big problems of public finance stability (i.e. the current government deficit is soaring and none knows if they'll be able to fix it). Now, one additional fact is that some 90% of the banks operating in the Baltic countries are foreign. As there was no saving in those countries when they started to operate (early nineties), they lent there the money saved by their clients in other countries. Mainly Nordic countries. Shall the Baltic borrowers start to fail to pay back, the foreign banks are much likely to run away from those countries and provoke a financial crisis exactly as those seen in Argentina, South-East Asia and Mexico. People will massively go get their money from their bank cause they don't feel it is safe to keep it there but the banks - as it would happen to all the banks of the world in such a situation, even the most virtuous ones - will not be able to give the money to all at the same time simply because they don't have it (it is not that it is all lost, but the vast majority of the money is not kept in ATM, but invested somewhere else and they can't just sell all their assets in one day and give them back in cash to their clients.).


This is a brief summary of what's happening in those countries.


The most interesting part however came when the IMF guy mentioned as a counterexample the case of Slovenia, where the bank sector is closed to international competition, so they only have one big, “inefficient, overstaffed and monopolist” national player. And he didn't seem scandalized by the fact that he mentioned this scenario as a perfectly possible alternative to what we have seen in the Baltic Countries. And that is when I am afraid to have kind of embarrassed him reminding of how the IMF actually uses to propose ultra-liberal economic receipt to every kind of country at any point in time (especially if particularly poor) and to regard protectionism as the mother of all evil. And then I asked him about any such plan at the IMF to undertake a study on whether completely open markets are the best solution at any point on time, or there is room for some kind of mixed element of protectionism and liberalism to promote the sustainable growth of the wealth of a nation. He didn't seem to have quite got the point and just replied that "looking for the optimal share of protectionism is not the IMF's business". Well, as forms of protectionism are actually everywhere and, especially in the past, protection of some industrial sectors has worked out well for all the countries that are now developed and prepared them for a tougher competition on an international level, perhaps times are ready for the IMF to enter into the dynamic optimal openness of markets business.

Editorial by Daria Galateria (La Repubblica) on the subtle yet delicate connection between books and flirting (italian language only)


Da quattro mesi, il castello di Wolinia era sotto la neve, e così, a perdita d'occhio, le sue terre, con le diecimila anime di servi-contadini, e le foreste. Il ballo di primavera a Kiev era lontano; nessun viaggio previsto a San Pietroburgo; insomma, tra i suoi quadri, i mobili inglesi, la ricca biblioteca e le porcellane cinesi, Evelina Hanska si annoiava. Il venerdì però arrivavano in slitta riviste e libri dall'Europa; quel nuovo scrittore, Balzac, la incuriosiva. Come aveva potuto scrivere Scene della vita privata, così sensibile sul cuore delle donne, e poi la cinica Fisiologia del matrimonio? Ne discusse con la figlia e due parenti povere; poi un giorno - era il febbraio del 1832 - scrisse una lettera a Balzac, firmandosi La Sconosciuta: "La vostra anima mi è parsa luminosa". Evelina aveva trent'anni; era una bellezza, appena pingue. Balzac la sposò qualche lustro dopo, ma, come aveva sostenuto, "una contessa ha sempre trent'anni". Scènes de la vie privée aveva trasformato la vita dell'indebitatissimo scrittore piccolo, grasso e senza denti in un aristocraticissimo romanzo a lieto fine. Un libro ha la giusta distanza per l'amore; tocca lasciando lo spazio per l'immaginazione - e, come dice Pascal, è lei che mette il prezzo alle cose. Don Chisciotte e Madame Bovary lo sanno, a che stato di erotizzazione diffusa possono indurre i romanzi di cavalleria e i romanzi d'amore. Ma perfino la Bibbia può funzionare. Kafka, tra i suoi ultimi sanatori e una vacanza sul Baltico, incontra una ragazza di diciannove anni che lo strappa alla condizione già nostalgica con cui guardava la vita. È il 1923; la prima volta, la vede in cucina, con le mani insanguinate, che sta vuotando dei pesci; è sconcertato. Subito dopo però, la fanciulla gli legge un capitolo di Isaia in lingua originale. Kafka studiava allora l'ebreo; nei quaderni postumi si trovano più esercizi di ebraico che letteratura. E però anche scriveva: "Avere qualcuno che mi comprenda davvero, una donna per esempio, sarebbe avere un puntello (pied) da ogni lato". Quella Bibbia operò una provvidenziale saldatura tra i suoi bisogni; vivere con Dora allontanò i demoni, "gli sono scivolato dalle dita", diceva.
Poesie che hanno cambiato la storia sono quelle di Hugo; le leggeva, dal fondo della campagna francese, una piccola bastarda, Louise Michel, e respirava quell'aria vasta. "Vi scrivo dalla mia notte; voi metteteci le stelle", gli scrisse. Ebbe così la forza di andare a Parigi; Hugo annota nel diario, due volte, "vista Louise Michel n.", cioè nuda, e segna il prezzo del taxi che la ha ricondotta a casa. Per Louise, la forza di quell'innamoramento la trasforma, nel 1871, nella splendida pasionaria della Comune, con l'abito nero e la carabina Remington in braccio; "l'amore, almeno, è idiota", diceva, schierandosi contro il buon senso. Paradossalmente, fu una passione di buon senso quella di Bukowski, quando si ritrovò sposato per lettera a una ragazza che era di una famiglia di petrolieri; un cugino aveva fondato la Twa. Barbara Fry era curatrice di una rivista nel Texas; andava pazza per le poesie di Bukowski, voleva pubblicarle: gli scrisse che era il poeta più grande dopo William Blake. Bukowski le rispose che intendeva sposarla; il giorno dopo si era dimenticata la lettera, ma lei accettò. Le mancavano due vertebre del collo, ma Bukowski ci si trovò benissimo. La parola, "libro galeotto", l'ha trovata si sa padre Dante. Galehaut è il siniscalco della regina che nel ciclo bretone fa da mezzano tra Ginevra e Lancillotto, testimone del bacio della dama - nell'amor cortese, una vera investitura, che accoglieva il cavaliere al servizio della dama. Nel cerchio dei lussuriosi (Inferno V, 133-138) Francesca da Rimini e Paolo Malatesta dimenticano, e fanno dimenticare i rituali cavallereschi: "Quando leggemmo il disïato riso / esser baciato da cotanto amante /... / la bocca mi baciò tutto tremante. / Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse". E Boccaccio chiamò Principe Galeotto il suo Decamerone, che in amore attizza e consola. Però, "quel giorno più non vi leggemmo avante". Nei romanzi, il libro-civetta attira, ma al momento dell'amore spesso scompare. Una notte d'amore è un libro letto in meno, diceva ragionevolmente Balzac; lettura e amore sembrano avversari. Eppure - chi potrebbe immaginare Holly Golightly, la svagata cover-girl di New York, se non a Colazione da Tiffany? Ma eccola - tanto è forte il mito del libro galeotto - alla British Library. Lui la spia sbalordito sedersi "al riparo degli occhiali neri e di una fortezza di letteratura che aveva accumulato al banco"; e la cristallizzazione amorosa prende forma. Nelle Affinità elettive, Goethe lascia Ottilie guardare sopra il libro che legge Eduard, come unica forma trasposta e tenace di passione negata. Charlotte Brontë mette in difficoltà Mr. Moore, il più guardingo della schiera romantica dei precettori non pecuniosi ma innamorati pazzi, con i capelli della pupilla, Shirley. La fanciulla possiede riccioli in "pittoresca profusione"; un giorno che deve leggere in francese i Fragments de l'Amazone del sentimentale Bernardin de Saint-Pierre, le onde delle chiome invadono il libro, impedendone a lui la vista. "Put back your hair", dice Mr. Moore, "calmo, e freddo, come il marmo". Spostare tutta quell'abbondanza dietro l'orecchio serve solo a mostrare la gota rotonda dell'estrema giovinezza, il collo delicato pronto a arrossire; altre cento pagine, e i due sono sposi. Julien Sorel supera i silenzi imbarazzati di madame de Rênal raccontandole l'Histoire naturelle des lépidoptères di Jean-Baptiste Godart, che lei ha fatto venire appositamente da Besançon. Ultimamente, nota Stendhal, madame de Rênal si cambia d'abito due, tre volte al giorno; e quando va a caccia di farfalle con i bambini nel frutteto, Julien può accorrere a raccontare gli strani costumi degli insetti; "si parlavano sempre, e con estremo interesse, anche se di cose innocentissime". Neanche i temibili Piombi di Venezia fermano il mito del libro galeotto. L'aspetto del Pellico era dei più stravaganti, quando gli entra in cella la Zanza, "venezianina adolescente sbirra": perseguitato da un esercito di zanzare, lo scrittore, nel caldo bollente, si è cinto il capo e i polsi di bende di cotone, e scrive coi guanti. Con certe "adulazioncelle", la Zanza scacciava le zanzare col ventaglio, e baciava i versetti della Bibbia, chiedendo spiegazioni. Ancora una Bibbia galeotta: ma se cascava sul Cantico dei cantici, il Pellico si affrettava a voltar pagina. Il barone di Charlus, in uno degli alberghi lussuosi della Recherche, usa un libro per attirare presso di sé il Direttore. Pasternack lega a un libro la passione di Lara col Dottor Zivago. E nel film Le fate ignoranti sono le poesie di Hickmet, cercate da entrambi in libreria, a far incontrare Massimo e Michele. Ma è Robbe-Grillet, nel suo ultimo Roman sentimental, a rinfrescare i legami tra libro e libertinaggio: "Il rapporto del padre con la piccola Anne-Djin è pieno di sentimento. Quando la piccola, svestita su un inginocchiatoio, legge i classici, lui è pronto a flagellarla al minimo errore di prosodia...". (Daria Galateria, La Repubblica, 31 agosto 2008)